sabato 1 ottobre 2011

dancing on a friday night

E così è venerdì, e sto per andare a dormire.

Non trovo neanche le parole per riassumere questa settimana. Mi verrebbe da dire che è stato il solito manicomio, se non che non è stato il solito manicomio, perché non tutto era causato dai guai sul lavoro.
Certo, quelli sono una buona parte del caos, ma stavolta c'è qualcosa in più. Ci sono i guai piacevoli, ci sono cose divertenti. Per esempio essere svegliata da un'amica che ha preparato il caffè, per esempio sentirsi tutta lunga lunga - e non è facile dalla mia altezza - e proiettata verso l'alto, e poi leggere un libro che per una volta è solo una distrazione, solo la cosa che traghetta dal buttarsi a letto dopo una doccia calda al sonno. E altre cose interessanti e curiose.
Resta il fatto che dopo aver bevuto mezzo bicchiere di vino bianco a cena, dopo aver fatto una doccia bollente di 20 minuti, e dopo aver fatto un progetto o due in una specie di dormiveglia, sono tornata in cucina per bere e ho acceso la radio. e davano questa. Non ci ho pensato poi tanto e ho ballato.
I tempi in cui ballavo da sola al buio durante la notte, mi sembravano passati da un pezzo.
Ma penso che se una serata finisce ballando da sola al buio, è comunque una serata da ricordare.
Forse una settimana da ricordare.
Che Ottobre cominci.

martedì 20 settembre 2011

Cinque minuti di pausa


Il vento e la pioggia provenienti dall’Atlantico hanno dato un incentivo notevole al mio buon umore di questo periodo.
La felicità, questa parola inutile e vuota, per quanto mi riguarda è fatta dei momenti in cui non sono sicura di cosa stia succedendo, ma so di stare in mezzo alle cose. Per esempio oggi leggevo un racconto molto bello seduta su un gradino, in attesa di un appuntamento, e il vento fortissimo e fresco faceva a gara con il sole bollente e sembrava quasi di vederli, confrontarsi e arrotolarsi uno sull’altro senza che uno dei due prevalesse. Sono andata a dare una mano al lavoro nel mio giorno libero, perché sono arrivati due carichi di merce a distanza di due giorni e le mie colleghe stavano annegando negli scatoloni. Poi, a casa, con calma, mi sono tolta di dosso la polvere della giornata, i sandali e ho cucinato con calma una cena buona. Al telefono mio padre sembrava di buon umore, e domani ricomincio a fare yoga.
Questo è il mio stare in mezzo alle cose, per quanto minuscole e insignificanti.
Apprezzare la vita non è facile, è un lavoro a tempo pieno e io non lo so fare sempre, ma è una cosa che mi piace tentare. Il più delle volte fallisco; l’impresa viene complicata da un insieme di fattori: la preoccupazione per il Paese che si sfascia, la stanchezza perenne, le poche ore di sonno, i lavori che si accavallano e il dolore al collo.
Nelle giornate come oggi, in cui riesco a godere di ogni attimo compresi quelli insignificanti, mi perdono per tutte le volte che cedo allo sconforto. 

martedì 13 settembre 2011

rette parallele


Il fatto buffo è che quando – raramente- vado alla mega fiera di prodotti per la casa con una delle mie cape, mi ritrovo a pensare che non è affatto semplice gestire tutto quel carnevale, saper scegliere le cose giuste da comprare (che non sono quelle che piacciono a te ma quelle che potrai vendere), che le capacità per comprare e vendere non sono affatto una cosa scontata, anzi sono sofisticati equilibri da saper mantenere, e vale tanto per noi che ci muoviamo in un negozio relativamente piccino quanto per quelli che hanno le filiali e le succursali e vale a maggior ragione per i rappresentanti, che le cose le devono rendere appetibili per noi venditori, e quindi devono essere scaltri due volte. Insomma mi trovo a pensare che nel suo piccolo e nel suo essere spietato e spesso anche volgare, anche il commercio è un’arte, nel senso che c’è una parte di quel lavoro che sembra meccanico che veramente si basa su una capacità un po’ innata o meglio, un po’ istintiva. L’altro pensiero che faccio è che quella capacità io un pochino ce l’ho, e questa cosa mi fa abbastanza paura. Dove l’ho presa? Come è possibile che viva questi due mondi così separati – uno fatto di letterature, traduzioni, articoli e saggi, mostre, cinema e studio e l’altro in cui (come dice mio padre) faccio la bottegaia? È una cosa un po’ misteriosa.
Certo, se una considerazione la posso fare, è che per stare in un mondo fatto prevalentemente di solitudine e ragionamento come quello della traduzione senza diventare una stramboide una come me ha anche bisogno di avere un bilanciamento. Ci vuole un po’ di palestra umana: sporcarsi un po’ le mani con l’Italia che “produce e lavora” dà un senso di grande concretezza e realtà ed è bene.
Ed è anche bene passeggiare per Milano pensando che bella città che è, anche se va così di corsa, fermarsi in un negozio e innamorarsi del commesso, chiacchierare con la mia capa dividendo la camera dell’albergo come in vacanza con le amiche, leggere un romanzetto sulla metropolitana fino a Rho e poi cenare in un ristorante giapponese buonissimo e tornare in albergo a piedi sbirciando vetrine illuminate e pensando all’estate che lentamente si consuma.
Nel mio cuore io sono una traduttrice e basta, nel mondo reale viaggio su due binari paralleli, e non è poi così sbagliato.

lunedì 5 settembre 2011

moonlight

Ogni anno, quando arriva settembre, scrivo su queste pagine che settembre è il mese più bello del mondo, che la luce di settembre è cristallo e mette a nudo le cose, ma più di tutto mette a nudo me, la mia malinconia e la mia voglia di partire per qualche posto lontano. Ogni anno settembre comincia con il compleanno di mio padre e sono anni, ormai, che gli regalo un animale in miniatura. Un gallo, un porcello, un gatto, un gorilla. Nessuno dei due si ricorda più quando è cominciata questa cosa o perché, ma ancora ci sembra divertente.
Quest'anno il compleanno di mio padre si festeggia in ritardo, perché i miei sono partiti per un viaggio, per festeggiare. Ma settembre è arrivato di nuovo ed è di nuovo meraviglioso, con la sua luce piena di verità e la sua malinconia.
Molti anni fa, così tanti che sembra un'altra vita, proprio in questo periodo presi un treno. Non avevo valigia, solo una giacca di pelle verde, una borsa con dentro uno spazzolino da denti e un pigiama, e una bottiglia di vino. Andavo in cerca dell'amore, sapevo dove trovarlo, in un viaggio che durava solo due giorni. E oltre all'amore trovai molte altre cose.
In questo settembre caldissimo mi è capitato di sognare quel viaggio, la notte stellata in una città del sud,  una corsa in macchina, una ragazzina con le palpitazioni. Il ricordo è tornato a galla così, affiorato da chissà dove e chissà come mai, dopo tanto tempo che non ci pensavo più.
Questa sera ho ricevuto tante foto della mia nipote, che adesso si solleva aggrappandosi al divano e ha tre denti sopra e due sotto. Sorride tantissimo ed è bellissima.
L'estate finisce, io ascolto Paolo Conte e fra un lavoro e l'altro giocherello con la macchina fotografica nuova. La gatta strilla per la nostalgia.
Il prossimo viaggio con le palpitazioni, lo voglio fare verso nord.

venerdì 29 luglio 2011

La prima volta


La nuova libreria del mio quartiere è frequentatissima. Non ci speravo, quando hanno aperto, mi immaginavo la popolazione media del quartiere dove abito e proprio non ce la vedevo a ciondolare in libreria e a scegliere il romanzetto.
Invece quando passo c'è sempre qualcuno e dentro c'è fresco e penombra, e nessuno ti corre dietro, non squilla ogni cinque minuti il telefono, non c'è musica accesa.

La commessa mi chiama ormai per nome, non perché mi conosca particolarmente bene, ma perché ha fatto il corso preparto con la moglie del mio cugino, e anche perché sono la più piccola fra tutti i miei parenti che frequentano la libreria.
Oggi, timidamente, mentre ritiravo un libro arrivato fortunosamente in questi giorni, mi ha guardata e ha chiesto "scusa se te lo chiedo, ma tu che mestiere fai?"

Domanda faticosissima per me.
Ho smesso da un po' di dire che faccio la commessa (lo riservo solo a quelli con cui voglio veramente tagliare corto) perché altro che commessa, qui ormai ho una gestione di lavoro fra ordini, fatture, vendite on line, contabilità e tutto il resto che sembro un'imprenditrice d'assalto più che una biondina cortese che accosta i colori dei fiori creativamente.
Ora dico che lavoro per un'azienda fiorentina, cosa che sminuisce un po' meno la quantità di cose che faccio dalla mattina alla sera nel magico mondo delle candele.
Oggi, dopo aver passato tutta la notte a bestemmiare su quanto è arrugginito il mio francese e su quanto (quanto, quanto, davvero!) vorrei parlare tedesco, ho alzato il capino e ho detto "faccio la traduttrice".

La mia prima volta.

domenica 24 luglio 2011

q.b.


Adoro queste giornate calde calde e con il vento forte: sembra di essere al mare, quando non puoi nemmeno leggere perché le folate ti scompigliano le pagine del libro e ti mandano i capelli davanti agli occhi. Qualcosa che c’è in quest’aria che corre ribelle di qua e di là mi rende allegra: tutto mi sembra a portata di mano, tutto mi sembra seguire questa specie di onda. Anche l’edera che cresce a tutto spiano senza decidere che direzione prendere, anche imbastire un panino alle tre del mattino mentre finisco una traduzione e nel frattempo sento un disco dei Flaming Lips. Anche i miei vicini misteriosi che non protestano mai per la musica alta. Non mi avevano detto che a vivere nei condomini si sperimentano tutti quei quotidiani nervosismi che rendono le persone insofferenti verso la minima sciocchezza? Io i condomini non li vedo mai e nemmeno li sento, a parte la famiglia indiana del pian terreno che si mette per strada a bere e chiacchierare e mangiare roba che profuma di spezie piccanti.

La felicità, o qualsiasi cosa a cui mi piaccia attribuire questo nome, è una cosa fragile: un’alchimia strana e perfettamente incomprensibile fatta di clima mite, tè freddo molto dolce, mattine in cui si può dormire, e poi mattine in cui ti svegli all’alba per fare cento cose, lavori interessanti, lavori stancanti, persone che ti danno notizie sensazionali, serate in cui ti metti i sandali e fai 40 minuti di macchina per andare a una festa dove si balla fino a tardi, e serate in cui stai a casa a piedi scalzi a cucinare una torta mentre ascolti la radio. Un grammo in più di questo o un grammo in meno di quello e tutto può precipitare, scombinarsi e andare all’aria. Quando gli ingredienti si mescolano bene e le cose stanno in equilibrio, bisogna fermarsi, assaporare quel momento, cercare di memorizzarlo, perché se c’è una cosa che ho imparato, se ho una certezza a questo mondo, è che prima o poi la crema impazzirà di nuovo e l’alchimia si guasterà in qualche modo imprevedibile che mi farà sentire ancora sbilanciata da una parte e mi farà stare lì a gambe incrociate sul letto a pensare “che c’è che non va?”.

Quando succede, poi, mi sforzo senza successo di aggiustare quel grammo in più o in meno di quel qualcosa, che proprio non so che sia, ma le ricette sono così, se vengono bene si capisce dall’inizio, correggerle a cose fatte è quasi impossibile.

martedì 5 luglio 2011

Cream tea


Certo, il viaggio per Oxford porta via lo stesso tempo che cambiare continente, ma quanto me la ricorderò questa trasferta? I progetti, il freddo, il tè, gli Arcade Fire, il sonno nel pullman di ritorno da Londra, le parole.

Una vacanza vera, fatta di parole e musica, quel palco immenso al centro di Hyde Park, il tizio che mi fruga la borsa all'entrata, trova le fragole e me ne chiede una, le italiane, nella folla di locali, che a metà giornata tirano fuori il panino con la frittata, in mezzo all’invidia generale. Il sole tiepido nel parco, mentre per cinque giorni avevo sofferto un freddo che nemmeno io sospettavo di poter soffrire in piena estate, i bicchieri di birra che volano sopra le teste della gente annaffiandoti senza però infastidire troppo, in fondo è vacanza, è un concerto, sto ballando da due ore, sotto i miei piedi c’è un prato e sopra la mia testa cielo limpido e venticello fresco, e dei palloncini che ogni tanto si solllevano.

Sorellanza.

Tornare la sera da un’esperienza assurda al ballo di fine anno di un’università, dove tutti sono in lungo e cravatta bianca, e tu pensi che ti senti felice con la tua giacca di pelle e pantaloni neri, sei felice anche quando ti senti totalmente fuori posto, perché c’è con te una persona che ami e non ti importa del cretinetto ventenne tutto impomatato che ti fa il filo sfottendoti un po’, tanto sei lì con la tua macchina fotografica e la tua isola di pensieri, nelle orecchie hai ancora wake up e quel coro lungo lungo della gente al concerto e poi i giardini del college sono incredibili da come sono belli, così rubi un rametto di lavanda e lo infili nella tasca, per ricordartene, poi, il prossimo autunno quando la ritirerai fuori.

Poco dopo, in un locale del quartiere carino, semi deserto e con le luci basse, parli sottovoce con in mano un bicchiere di vino bianco e ti senti nuda e compresa, ti viene fuori anche un tremore, anche una lacrima, ma serve a capire che ci sono cose che non si allontanano per quanto siano lontane, che ci sono persone che sono sempre come le vorresti, ci sono comunicazioni che non falliscono, che gli anni non appannano.

Torni a casa con una valigia piena di libri, con un vestito blu come la notte, con in testa una specie di geometria, come un sonetto che finalmente trova la rima giusta. Spalanchi le finestre e dai un po’ d’acqua alle piantine e dopo tanto tempo, trovi la voglia di mettere un disco e sdraiarti sul divano, mentre fuori la campana della chiesa segna le ore e il ghiaccio tintinna nel bicchiere.