La stazione di Milano di notte non è come quella di Firenze, che è sempre piena di gente assurda. Arrivo da Malpensa sotto il diluvio universale, ma proprio un nubifragio, così forte che copre le voci delle poche persone in giro, così forte che copre i miei pensieri e le frasi che leggo sul libro. Di quelle frasi mi arrivano solo i colori, il fruscio verde della gonna di velluto della regina e visualizzo un verde morbido e senza corrispondenza con quello che mi circonda che è uniformemente grigio e lattiginoso di luci al neon. Compro il biglietto. Sono le 11.53. Il mio treno è alle 5.45. Non so dove andare.
Mi dondolo un po' da un binario all'altro, trascinando la valigia rossa, e accendendomi la prima sigaretta della giornata, alla fine decido di rischiare un po' di bionditudine, benché dimessa dopo le prime dodici ore di viaggio, e mi infilo nella stazione della polizia ferroviaria.
Ho addosso un odore dolciastro, credo di essermelo portato dietro dal duty free dell'aeroporto dove ho provato due o tre profumi mentre aspettavo che la benedetta nuvola decidesse cosa fare di sé. Non è sgradevole, ma non è il mio, e lo sento saltar fuori come un coniglio dal cilindro a ogni gesto che faccio.
I poliziotti della Polfer mi accolgono con una gentilezza rara, offrendomi anche bevande calde per superare la notte.
Sono un gruppo di ragazzi giovani, che parlano del futuro e del presente fumando e ogni tanto ridono di una battuta che capiscono solo loro.
In quel silenzio rotto solo dalla costante presenza del televisore con la pubblicità delle mozzarelle (a un certo punto uno dei ragazzi mi ha guardata e ha detto "che faccio gli sparo?") si assisteva quindi alla scena di una biondina appoggiata alla porta dell'ufficio, con un fiore per capelli agganciato al libro che ha in mano, in mezzo a cinque uomini in divisa, che racconta le peripezie del suo viaggio, mentre qualcuno ride e dice "mamma mia ti metteranno sullo show dei record".
La notte si è schiarita e anche la pioggia si è via via diradata. Si sentiva gocciolare l'acqua dalle tettoie e dalle grondaie.
A un certo punto è comparsa una bambina mulatta, vestita di rosa, che camminava con le scarpe di sua madre mentre lei dormiva su una panchina, e mi ha chiesto delle cose a voce bassissima.
Non capivo bene perché sussurrava, e quando le ho avvicinato l'orecchio alla bocca mi ha chiesto delle cose in spagnolo. Allora le ho risposto e siamo diventate migliori amiche. Anche lei aspettava un treno. E non aveva per niente sonno.
Quando ho salutato i miei compagni notturni, alle cinque e mezza, uno stava facendo colazione con un kinder bueno. Me ne ha offerto la metà ridendo.
Un po' mi è dispiaciuto partire, un po' mi avrebbe fatto piacere stare lì e chiacchierare per davvero, senza le frasi di circostanza e senza i ruoli, solo come sarebbe stato parlare con un gruppetto di amici a notte fonda. E senza quel sonno che mi divorava le gambe.
Ma poi il cielo ha cominciato a diventare viola e poi bianco e in treno c'era un bel tepore e non c'era nessuno e allora mi sono appoggiata al sedile e mi sono tolta le scarpe e ho chiuso gli occhi quasi subito, in quell'odore non mio reso più acuto dal corpo che finalmente riprendeva un po' di calore, e mi sono addormentata in mezzo alla nebbia, fuori fitta, dentro un po' meno.
ritengo che per comprendere interamente una sola cosa, non importa quanto sia minuscola, occorra la comprensione di ogni altra cosa al mondo. Ecco perché a volte mi do per vinto di fronte alle cose più semplici; ecco perché non mi dispiace di passare una vita intera nel prepararmi a iniziare la mia indagine. (John Barth. L'opera galleggiante)
mercoledì 12 maggio 2010
lunedì 10 maggio 2010
Storia della biondina bloccata da una nuvola.
Poi ti racconto,
di quando mi sono trovata dentro la Royal Albert Hall con addosso un adesivo che diceva "all areas" a sentire il concerto di uno dei miei gruppi preferiti, e di come poi ho conosciuto uno dei musicisti, e me lo aspettavo in un modo e invece era diverso, delicato, gentile, pieno di buone maniere e un po' piccolo di statura.
Poi ti racconto, di come il giorno dopo io e la mia amica M. non riuscivamo a parlare d'altro, di come canticchiavamo ancora le canzoni e di come ci siamo sentite rinfrancate in un pub non più fumoso, visti i divieti, ma che odorava di legno e di chiuso e di calore umano, con le pareti della minuscola stanza ricoperte di cravatte incorniciate, immagino roba di università diverse e di varie epoche, e ti racconto del freddo che faceva fuori, che fa tuttora fuori, che sembra proprio inverno e il vento gelato ti entra nel collo e allora l'acquisto pazzo della vacanza è diventato un maglione di cachemere color pervinca che mi fa sembrare una ragazzina, ma che poi, abbinato alla mia tradizionale austerity, in realtà mi rappresenta molto.
Poi ti racconto, della passeggiata solitaria per le strade, delle tre ore passate a studiare dentro un caffè -e di quanto mi manca il poter stare tre ore a studiare dentro un caffè senza che ogni tre secondi passi un cameriere a chiederti se stai bene - del trovarsi all'angolo con la mia amica che esce dal lavoro, mangiare fuori chiacchierando e poi sfidando le intemperie buttarsi dentro un altro concerto, e poi addormentarsi a casa sul fouton con un libro meraviglioso - pescato a caso dalla sezione non letti della libreria - che ti fa pensare che dovresti scrivere un essay su tutte le cose che hai segnato mentre lo leggevi e che poi lo dovresti tradurre e mettere nella cartellina delle cose che forse un giorno chissà, serviranno.
Poi ti racconto anche della notte scorsa, passata in bianco e di un pianto a caso che non so dire se fosse liberatorio o di awareness, o magari tutte e due le cose insieme, della corsa stamattina per prendere la navetta per l'aeroporto, delle ore d'attesa, del volo cancellato, del gruppetto eterogeneo di quattro con cui stavo per fare la follia di prendere un'auto a noleggio e farmi il viaggio fino all'Italia di notte per non perdere un giorno di lavoro, e di come poi con quel gruppetto ci siamo salutati bevendo birra in uno squallidissimo bar dell'aeroporto, ma sorridendo, prima che la navetta mi riportasse qui, alla casetta della mia amica che mi ha ri-accolta con una cena veloce in un posto greco e un cinema, che era proprio la cosa che ci voleva.
Poi ti racconto, ma ora non posso, perché non so dove sei. Ma non mandare nessun segnale di fumo, vedrai che quando sarà il momento ti troverò io.
Chi mai lo penserebbe che mi ha bloccata qui una nuvola vulcanica: mentre fumavo la mia ultima sigaretta in giardino, poco fa, il cielo era ricoperto di stelle.
di quando mi sono trovata dentro la Royal Albert Hall con addosso un adesivo che diceva "all areas" a sentire il concerto di uno dei miei gruppi preferiti, e di come poi ho conosciuto uno dei musicisti, e me lo aspettavo in un modo e invece era diverso, delicato, gentile, pieno di buone maniere e un po' piccolo di statura.
Poi ti racconto, di come il giorno dopo io e la mia amica M. non riuscivamo a parlare d'altro, di come canticchiavamo ancora le canzoni e di come ci siamo sentite rinfrancate in un pub non più fumoso, visti i divieti, ma che odorava di legno e di chiuso e di calore umano, con le pareti della minuscola stanza ricoperte di cravatte incorniciate, immagino roba di università diverse e di varie epoche, e ti racconto del freddo che faceva fuori, che fa tuttora fuori, che sembra proprio inverno e il vento gelato ti entra nel collo e allora l'acquisto pazzo della vacanza è diventato un maglione di cachemere color pervinca che mi fa sembrare una ragazzina, ma che poi, abbinato alla mia tradizionale austerity, in realtà mi rappresenta molto.
Poi ti racconto, della passeggiata solitaria per le strade, delle tre ore passate a studiare dentro un caffè -e di quanto mi manca il poter stare tre ore a studiare dentro un caffè senza che ogni tre secondi passi un cameriere a chiederti se stai bene - del trovarsi all'angolo con la mia amica che esce dal lavoro, mangiare fuori chiacchierando e poi sfidando le intemperie buttarsi dentro un altro concerto, e poi addormentarsi a casa sul fouton con un libro meraviglioso - pescato a caso dalla sezione non letti della libreria - che ti fa pensare che dovresti scrivere un essay su tutte le cose che hai segnato mentre lo leggevi e che poi lo dovresti tradurre e mettere nella cartellina delle cose che forse un giorno chissà, serviranno.
Poi ti racconto anche della notte scorsa, passata in bianco e di un pianto a caso che non so dire se fosse liberatorio o di awareness, o magari tutte e due le cose insieme, della corsa stamattina per prendere la navetta per l'aeroporto, delle ore d'attesa, del volo cancellato, del gruppetto eterogeneo di quattro con cui stavo per fare la follia di prendere un'auto a noleggio e farmi il viaggio fino all'Italia di notte per non perdere un giorno di lavoro, e di come poi con quel gruppetto ci siamo salutati bevendo birra in uno squallidissimo bar dell'aeroporto, ma sorridendo, prima che la navetta mi riportasse qui, alla casetta della mia amica che mi ha ri-accolta con una cena veloce in un posto greco e un cinema, che era proprio la cosa che ci voleva.
Poi ti racconto, ma ora non posso, perché non so dove sei. Ma non mandare nessun segnale di fumo, vedrai che quando sarà il momento ti troverò io.
Chi mai lo penserebbe che mi ha bloccata qui una nuvola vulcanica: mentre fumavo la mia ultima sigaretta in giardino, poco fa, il cielo era ricoperto di stelle.
venerdì 23 aprile 2010
non è l'amore che va via

Ha piovuto tutto il giorno, i panni stesi non sono ancora asciugati.
Mi sono svegliata alle sei del mattino per un'ultima trasferta a Pisa.
Cielo plumbeo e la stazione non è più a cinque minuti a piedi come quando abitavo nella casetta di San Frediano.
La mia casa stamattina era raccolta in un risveglio silenzioso e ordinato.
C'era la camicia croccante stirata, c'era la luce acciaio e bianco, l'odore di legno e sapone e la caffettiera già pronta.
La mattinata è stata vorticosa e piena di facce amiche, complimenti e salamelecchi.
Un videomessaggio di congratulazioni dell'autore che abbiamo tradotto, il volume pubblicato, una pergamena con un nastrino rosso, strette di mano, una meravigliosa chiesa sconsacrata dove le parole volavano nella penombra e si sentivano appena.

In treno, l'unico treno sopravvissuto a uno sciopero di cui non sapevo niente, mi sono asciugata le ossa e ho ripreso i sensi dopo tutto il freddo che ho sofferto, e guardando fuori dal finestrino ho dato un bell'arrivederci al mio ultimo sogno nel cassetto.
E' stato quasi indolore, una cosa a cui sono abituata ormai, non mi pesa più come qualche tempo fa, non mi fa nemmeno più la rabbia che mi faceva prima. E' solo scivolato via col resto del paesaggio grigio, rotolando sui binari.
sabato 10 aprile 2010
e poi e poi e poi...
Nell'attesa che mi si asciughino i capelli mi distendo sul divano, il computer sulla pancia, tre o quattro pagine aperte. Ho montato mobili ikea stasera, e poi ho sistemato delle cose nei mobili ikea, e poi ho buttato con un giro di valzer l'ennesimo set di scatoloni e alla fine mi sono buttata sotto la doccia.
Domani ho una festa in un locale, e domattina sono libera, credo che andrò a cercare un vestito adatto. E poi ho due viaggi da fare; uno a Sud e l'altro a Nord, oggi ho comprato il volo e ho controllato i bus di trasferimento.
Viaggiare, anche per due o tre giorni, è sempre stata la mia medicina, ma stavolta il senso di libertà che di solito provo quando faccio click su "acquista volo" era un po' disperso in mezzo ai miei turbinii. Mi sento un po' in ansia, so che mi passerà presto, ma per una volta la mia prima reazione non è stata la solita sensazione di aria fresca nei polmoni.

Stavolta ho bisogno di avere in pugno la situazione, anche se non c'è niente da avere in pugno perché il bello di spostarsi è non avere troppe cose da programmare e poi non c'è nessun particolare rischio di imprevisti. C'è solo l'affetto di chi mi ospita, la voglia di vedersi, la necessità di respirare altro.
Poi c'è un sacco di lavoro in mezzo, un sacco di stanchezza nelle ossa, un sacco di disillusione, e anche un nuovo cuscino per l'artrosi. E poi un po' di soldi in meno sul conto.
Poi c'è la consegna dei diplomi del master, con annessa presentazione dell'opera tradotta, ai più fortunati comunicata in anticipo su facebook.
Mentre mi chiedevo come era possibile mi sono arrivate risposte e conferme del fatto che non sono i colleghi del master a frequentarsi su facebook, ma i docenti. Forse è proprio vero che c'è qualcosa che non ho capito bene di certe dinamiche della vita (della mia vita?) allora.
Comunque no, non mi iscriverò a facebook.
Voglio conservare quella crepa nel muro da cui posso sgattaiolare via, se mi va.
venerdì 26 marzo 2010
cose che mi sono successe questa settimana
Alba, il solito cielo plumbeo.Arriverà la primavera e il sole vero e proprio, io lo so.
Secondo me mi fa un dispetto per non farmi vedere la casetta piena di luce e riflessi di bianco e verde.
Ieri, in un tour de force micidiale di negozio, sono caduta dal panchetto che usiamo per prendere le cose che stanno negli scaffali alti.
Non sono caduta, in realtà il panchetto -che è una vecchia sedia di casa della titolare - si è spaccato in due sotto di me, facendomi precipitare verso il basso. In basso ci sono fiori, candele e soprattutto vasi di vetro e di terracotta.
Mi son detta, "eccoci, addio denti davanti", mentre cercavo goffamente di mettere le mani davanti alla faccia per proteggermi.
Invece no.
Sono caduta sopra l'unica cosa morbida di tutto il negozio: un cesto pieno di foglie di alloro.
"Sono le tue nonne che ti hanno preso per le bretelle"
dice la madre, che ci trova sempre qualcosa di magico animistico in queste cose.
A me piace l'idea delle bretelle, in effetti. Come avere sempre un gancio a cui sei appesa, e quel gancio è fatto di un invisibile e potentissimo affetto.
Oggi, mentre uscivo da un appuntamento, ho trovato un attaccapanni super kitsch.
L'ho preso, ma poi non sapevo come fare a portarlo via.
Allora due sgomberatori che stavano lì a fumare mi hanno detto "se ci dai 15 euro per pagarci il pranzo te lo portiamo noi".
Così feci. Ora l'attaccapanni è con me in negozio, gli sgomberatori stanno paranzando al bar, e questa vicenda mi sta facendo vedere in rosa tutta la giornata.
Per finire, durante la notte mi sono svegliata col solito incubo e ho acceso il pc per vedere una puntata di una serie tv a caso, ormai lo faccio spesso.Ho guardato Ally McBeal, e ho pescato una puntata in cui ci sono Sting e Robert Downey Jr che cantano insieme Every Breath You Take.
In merito a quest'ultimo punto, volevo avvisare tutti di smetterla di dirmi che sono fatta di ghiaccio, perché non è vero.
martedì 16 marzo 2010
(...even though it's breaking...)
La scorsa settimana finalmente ho comprato dei tulipani arancioni (era una piccola promessa che avevo fatto a me stessa), ieri finalmente ho ritrovato una piantina di narciso tête-à-tête (oh sì, come ai vecchi tempi) e venerdì ho appreso dal Venerdì di Repubblica che in Italia finalmente con la riforma dei licei il liceo linguistico non sarà più solo privato.
Questione di punti di vista. Mio padre ha insegnato per gli ultimi quindici anni della sua carriera in un liceo linguistico pubblico e, statalista com'è, non gli ha fatto piacere leggere che nessuno si è accorto che la sua scuola esisteva.
Dovunque mi giri vedo cose fatte con i piedi, vedo volti tirati e disillusi, vedo grandi punti interrogativi e mani vuote. E poi melma.
Quello che ho io ho fra le mani è un fascio di tulipani ormai sfioriti che sembrano l'urlo di Munch con tutto quel nero dentro, una piantina che aspetto di veder fiorire e un uomo che mi ha dato un ultimatum, e incredibilmente tutte queste cose mi strappano un sorriso.
Io sorrido per combattere contro il dolore che mi prende, contro il senso di vuoto.
Io sorrido perché sorridere mi cura le cicatrici e perché ormai delle rughe d'espressione me ne sono fatta una ragione.
Io sorrido per dissimulare, forse è vero, e impedire che si noti questo mio tremore continuo.
Io sorrido anche se mi dicono che le cicatrici non sono cicatrici, se fanno ancora male.
giovedì 11 marzo 2010
una mattina
Mentre aspetto che finisca la lavatrice mi bevo una tazza di tè e mangio una fetta biscottata col miele. Le mie fette biscottate preferite.
E adesso dormire una mattinata intera mi sembra una cosa terribilmente trasgressiva, una sensazione paragonabile a quando a diciotto anni uscivo di nascosto di notte per andare a ballare e tornavo alle sei del mattino zitta zitta con i tacchi in mano sperando di non svegliare nessuno.
Dopo un paio di cene spericolate e un paio di notti a lavorare fitto fitto ho inaugurato la settimana dormendo.
Una dormita da competizione, di quelle con tutti i telefoni staccati, con l'orologio digitale sul comodino coperto da un maglione per non sapere mai che ora sia, e -cosa che non faccio mai- con le persiane e gli scuri perfettamente chiusi. Ho dormito una quantità di ore di cui adesso un pochino mi vergogno e sono sicura che erano almeno dieci mesi che non lo facevo. Forse di più.
Ho passato intere notti in bianco e ho dormito una media di due o tre ore per tutto l'anno scorso e per i primi due mesi di quest'anno.
E adesso dormire una mattinata intera mi sembra una cosa terribilmente trasgressiva, una sensazione paragonabile a quando a diciotto anni uscivo di nascosto di notte per andare a ballare e tornavo alle sei del mattino zitta zitta con i tacchi in mano sperando di non svegliare nessuno.E non importa se, come era ovvio, durante quel sonno lunghissimo mi sono autopunita sognando, perché poi mi sono svegliata e intorno c'era silenzio e c'era la caffettiera azzurra già preparata sul fornello, e la casa faceva le facce e tutto il resto è rimasto così, in perfetta sospensione.
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