domenica 5 agosto 2012

Sono passati molti giorni prima che riuscissi a rimettere insieme due pensieri da scrivere dopo gli avvenimenti tragici del mese di giugno. Una notte ho scritto una lettera alla mia amica M., così sconclusionata che non riesco a rileggerla, e mi sono resa conto solo lì che questa cosa non la sapevo affrontare.
E' proprio come dicono: gli esseri umani sono preparati ad affrontare la morte di qualcuno che è anziano, o di qualcuno che è malato, ma la morte improvvisa, inspiegabile, in giovane età e per motivi che restano e resteranno ignoti, non fa parte delle capacità di cui siamo dotati. Oppure di cui sono dotata io. 
A dispetto del mio ateismo, della mia mancanza di fede, della mia ritrosia nei confronti del pensiero di un "altrove" o di un "dopo" ho sempre pensato che la vita fosse un dono e allo stesso tempo una responsabilità. Ho riletto il dialogo di Plotino e Porfirio [...non volere esser cagione di questo gran dolore agli amici tuoi buoni, che ti amano con tutta l'anima; a me, che non ho persona più cara, né compagnia più dolce. Vogli piuttosto aiutarci a sofferir la vita, che cosi, senza altro pensiero di noi, metterci in abbandono. Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Si bene attendiamo a tenerci compagnia l'un l'altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quell'ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora.] e mi sono sentita consolata da quel ragionamento cristallino, che tuttavia si conclude semplicemente con un'affermazione che sta al di fuori della ragione e cioè che non si può privare chi ci ama del conforto della nostra presenza, della consolazione che può derivare dall'essere sulla stessa barca amandoci e consolandoci delle fatiche che ci vengono incontro. Eppure c'è un territorio dove non so andare: quello di un dolore così grande che fa dimenticare tutto il resto e tutti gli altri.

Non posso parlare del mio dolore, perché è solo egoismo a questo punto. E poi è stato così forte che non ho potuto esprimerlo, né lo so esprimere ora, né lo voglio, perché ho paura che se viene fuori non riuscirò più bene a camminare dritta. So, però, che il mio istinto "naturale" mi ha spinta verso la vita, senza che quasi me ne rendessi conto, nel bel mezzo di una traduzione noiosa  mi sono infilata in cinque minuti sul sito di ryanair e ho comprato un volo per andare a vedere le mie nipoti.
Che sono bellissime, piene di gioia, di risatine e curiosità verso il mondo. Che si fanno abbracciare e stropicciare da una zia che vedono ogni sei mesi, perché probabilmente ci piace il nostro odore. 
Quando la più grande mi ha portato il suo libro e mi si è seduta in braccio come per dire "ora leggi", mi sono sentita così emozionata che avrei voluto chiamare tutti per mostrare cosa stava succedendo.
In realtà non stava succedendo una cosa straordinaria, era solo fiducia, e mi sono trovata a pensare che anche solo per vivere un istante del genere, anche se dura solo un secondo, vale la pena di restare in giro e tollerare le umane sofferenze. 
Passerà molto tempo prima che riesca a farmi una ragione di quello che è accaduto, forse una ragione non me la farò mai e dovrò vivere con questo enorme "perché?" depositato in fondo al cuore. Nel frattempo, ogni giorno dedicherò un pensiero a tutto questo, cercando di non essere troppo arrabbiata e cercando di non sentirmi in colpa, che è la trappola peggiore, la prova più difficile da affrontare.

mercoledì 27 giugno 2012

sabato 16 giugno 2012

Gracias a la vida...


...perché le cose arrivano e poi se ne vanno, perché la vita è veloce poi lenta e poi veloce di nuovo; perché non cerco approvazione né disapprovazione; perché ci ho messo vent'anni ma alla fine ho capito che so come sono e so che non perdonarmi fa pare del gioco, perché non posso fare a meno di certi profumi, perché il gelsomino che fiorisce d'estate mi farà sempre lo stesso effetto fino all'ultima estate della mia vita; perché credo nelle persone, ci credo dal primo momento in cui le incontro e smetto solo nel momento in cui non ci credo più, ma dopo quel momento non torno più indietro; perché credo al mio istinto, perché l'istinto non mi ha mai tradita, la ragione forse sì, ma credo anche a lei, perché sono sicura che prima o poi le cose funzioneranno, oppure mi farò bastare quelle che funzionano; perché posso camminare con un'amica dalle nove del mattino alle due di notte in una città straniera e non sentire la stanchezza, mai, o stare tre ore e mezza sotto un temporale ed essere felice; perché i soldi non bastano mai ma con quelli che ho so fare cose bellissime; perché la mia casa mi somiglia: è un caos proprio come me; perché probabilmente non avrò figli, ma avrò sempre le mie traduzioni; perché qualcuno mi vuole bene e avere qualcuno che ti vuole bene è una grossa responsabilità, e perché se c'è una cosa che so fare è assumermi interamente le mie responsabilità; per tutto quello che è successo, per tutta questa gente che si muove in giro come i saltimbanchi di un circo impazzito, e per tutta la grazia che vedo al di là del caos; per tutte queste ragioni, per tutta la mia tristezza, per la capacità di saper ridere di me, sempre. 

Sempre.

mercoledì 2 maggio 2012

(there's no) leaving (New York)

Rimando rimando, perché sinceramente non so come esprimere quello che provo alle 00.42 di questa notte.
Parto.
E non è un viaggio qualunque. Torno a New York dopo quattro anni, dopo la gioia, il dolore, il master, il primo volume pubblicato, gli articoli, la nascita delle mie nipoti, tutto mischiato alla complessità del lavoro quotidiano, e alla complessità delle esperienze che ho vissuto.
Non so, è come fare un bilancio, un bilancio che ho cercato, in cui ho creduto sempre, attimo per attimo, nelle ore passate a leggere e a studiare, nelle ore passate a cercare la mia consapevolezza, nelle ore passate a non pensare e, infine, nelle meditazioni a testa in giù.
Il tempo è passato sordo finché, in un momento preciso della scorsa estate, ho detto alla mia amica:
"M. portami a New York, ne ho bisogno".
M. era lì per dire di sì.

New York è un luogo stregato. L'emozione e la consapevolezza di trovarla sempre lì, eppure di trovarla sicuramente diversa me la fa vedere come uno specchio di questi anni.
Anche io sono sempre qui. Sono la stessa biondina appassionata e zitta zitta, eppure inevitabilmente sono un'altra persona.
Ho scavato così a fondo dentro di me che adesso so quello che devo tenere a galla e quello che invece devo accantonare.
Ho imparato che a volte mi posso anche perdonare per i momenti in cui non vado bene.
Ho imparato che per alcune persone rappresento una certezza.
Ho imparato che non mi devo vergognare di come sono, anche quando non mi piaccio.
Ho imparato che non sempre riesco a seguire i miei saggi consigli.

Ho imparato anche tante altre cose che non posso raccontare, ma resta sempre quel grammo di mistero, di imprevisto, quel pezzetto di me che e pronto a stupirmi.

Parto, ci credo, resisto.



lunedì 26 marzo 2012

happy

E' nata una bambina, ieri.
Si chiama Clementina, e a me naturalmente viene subito in mente questo.
Ognuno ha la sua mitologia casalinga: nella mia, appena si nomina qualcuno che si chiama Clementina, c'è subito qualcun altro che chiosa "certo che è un bel nome, Clementina".

Mentre attacco al frigo un'altra foto di Celeste e penso che non è più solo un batuffolo morbido che fa le facce, ma una bambina seduta in poltrona con il suo libro e con le sue opinioni, arriva sua sorella e io mi chiedo come si fa a essere così tanto felici senza averla ancora mai vista.

Benvenuta Clementina.

sabato 10 marzo 2012

pieno e vuoto

Ieri ho iniziato le pulizie di primavera.
La polvere saltava fuori da tutte le parti, sembrava fosse rimasta addormentata ad aspettare l'apertura delle finestre,  l'arrivo del primo caldo. E poi i vestiti da piegare, i vetri da lavare, e buste piene di roba a cui trovare un posto.
E' una metafora di tutto il resto.
Ho sempre una busta piena di qualcosa che non c'entra niente e che non so dove infilare. Tipo le creme solari in inverno. O gli scaldamuscoli che usi 2 volte all'anno.

Ho sempre qualcosa fuori posto anche dentro.
Dove lo metto tutto quel pathos che ho meticolosamente nascosto e accumulato negli angoli del mio cuore?
Ogni tanto lo vedo, lì da parte, tutto ordinato e preciso. Inutile.
A chi lo racconto che ho preso e mi sono messa in giro per il quartiere a scoprire le case liberty più strambe del mondo, che per qualche ragione sono tutte concentrate in questa zona precisa della città, che per lo più è fatta solo di edifici anni '60 e '70?
Dove la metto tutta la teoria traduttiva che sto studiando, se mi danno da tradurre solo articoli e saggi che non c'entrano niente con tutti i sofismi di cui mi nutro?
A chi lo racconto che mi sento sbocciata (di nuovo, alla mia tenera età) e sola, anche ora che sola non lo sono, mentre prima, quando ero sola veramente, mi sembrava di avere sempre una folla intorno?

Oggi c'è un sole tiepido e ho pranzato all'aperto.
A volte mi sdraio per terra in salotto e guardo il soffitto, per molti minuti.

lunedì 6 febbraio 2012

cristallo

Leggo Murakami, preparo dolcetti vegan, ascolto le First Aid Kit, invado il mondo di kleenex, bevo tè bollente e tisane speziate, e conto, conto, conto, non faccio che contare oggetti: l'inventario quest'anno sembra non finire mai. La notte sogno gli scaffali del negozio invasi di roba a cui mi illudo di dare un ordine.
Alla cena domenicale c'era il brodo, e dopo il brodo c'era 84 Charing Cross Road, e naturalmente abbiamo pianto tutti, così ho aggiunto ai fazzoletti dell'influenza i fazzoletti della commozione.
A letto, con la borsa dell'acqua calda, il plaid sul piumone e il computer sulle ginocchia, mi illudo di ricevere posta che, adesso so per certo, non arriverà che domani.

Per un istante ho desiderato l'influenza dei piccoli, quella di quando non ti alzavi mai dal letto, ed eri esentata da qualsiasi attività che non fosse giacere fra le coperte e leggere, al massimo dormicchiare davanti a un film. Invece domani è già lunedì, e bisogna raccogliere le energie per cominciare la settimana. E anche decidersi a rompere il taboo, forse, e prendere un'aspirina senza aspettare che gli anticorpi facciano tutto il lavoro da soli.

Un abbraccio, un bell'abbraccio mentre mi addormento, questo ci vorrebbe, adesso.