sabato 10 aprile 2010

e poi e poi e poi...

Nell'attesa che mi si asciughino i capelli mi distendo sul divano, il computer sulla pancia, tre o quattro pagine aperte. Ho montato mobili ikea stasera, e poi ho sistemato delle cose nei mobili ikea, e poi ho buttato con un giro di valzer l'ennesimo set di scatoloni e alla fine mi sono buttata sotto la doccia.
Domani ho una festa in un locale, e domattina sono libera, credo che andrò a cercare un vestito adatto. E poi ho due viaggi da fare; uno a Sud e l'altro a Nord, oggi ho comprato il volo e ho controllato i bus di trasferimento.

Viaggiare, anche per due o tre giorni, è sempre stata la mia medicina, ma stavolta il senso di libertà che di solito provo quando faccio click su "acquista volo" era un po' disperso in mezzo ai miei turbinii. Mi sento un po' in ansia, so che mi passerà presto, ma per una volta la mia prima reazione non è stata la solita sensazione di aria fresca nei polmoni.
Stavolta ho bisogno di avere in pugno la situazione, anche se non c'è niente da avere in pugno perché il bello di spostarsi è non avere troppe cose da programmare e poi non c'è nessun particolare rischio di imprevisti. C'è solo l'affetto di chi mi ospita, la voglia di vedersi, la necessità di respirare altro.

Poi c'è un sacco di lavoro in mezzo, un sacco di stanchezza nelle ossa, un sacco di disillusione, e anche un nuovo cuscino per l'artrosi. E poi un po' di soldi in meno sul conto.

Poi c'è la consegna dei diplomi del master, con annessa presentazione dell'opera tradotta, ai più fortunati comunicata in anticipo su facebook.
Mentre mi chiedevo come era possibile mi sono arrivate risposte e conferme del fatto che non sono i colleghi del master a frequentarsi su facebook, ma i docenti. Forse è proprio vero che c'è qualcosa che non ho capito bene di certe dinamiche della vita (della mia vita?) allora.

Comunque no, non mi iscriverò a facebook.
Voglio conservare quella crepa nel muro da cui posso sgattaiolare via, se mi va.

venerdì 26 marzo 2010

cose che mi sono successe questa settimana

Alba, il solito cielo plumbeo.
Arriverà la primavera e il sole vero e proprio, io lo so.
Secondo me mi fa un dispetto per non farmi vedere la casetta piena di luce e riflessi di bianco e verde.

Ieri, in un tour de force micidiale di negozio, sono caduta dal panchetto che usiamo per prendere le cose che stanno negli scaffali alti.
Non sono caduta, in realtà il panchetto -che è una vecchia sedia di casa della titolare - si è spaccato in due sotto di me, facendomi precipitare verso il basso. In basso ci sono fiori, candele e soprattutto vasi di vetro e di terracotta.
Mi son detta, "eccoci, addio denti davanti", mentre cercavo goffamente di mettere le mani davanti alla faccia per proteggermi.
Invece no.
Sono caduta sopra l'unica cosa morbida di tutto il negozio: un cesto pieno di foglie di alloro.
"Sono le tue nonne che ti hanno preso per le bretelle"
dice la madre, che ci trova sempre qualcosa di magico animistico in queste cose.
A me piace l'idea delle bretelle, in effetti. Come avere sempre un gancio a cui sei appesa, e quel gancio è fatto di un invisibile e potentissimo affetto.

Oggi, mentre uscivo da un appuntamento, ho trovato un attaccapanni super kitsch.
L'ho preso, ma poi non sapevo come fare a portarlo via.
Allora due sgomberatori che stavano lì a fumare mi hanno detto "se ci dai 15 euro per pagarci il pranzo te lo portiamo noi".
Così feci. Ora l'attaccapanni è con me in negozio, gli sgomberatori stanno paranzando al bar, e questa vicenda mi sta facendo vedere in rosa tutta la giornata.

Per finire, durante la notte mi sono svegliata col solito incubo e ho acceso il pc per vedere una puntata di una serie tv a caso, ormai lo faccio spesso.
Ho guardato Ally McBeal, e ho pescato una puntata in cui ci sono Sting e Robert Downey Jr che cantano insieme Every Breath You Take.
In merito a quest'ultimo punto, volevo avvisare tutti di smetterla di dirmi che sono fatta di ghiaccio, perché non è vero.

martedì 16 marzo 2010

(...even though it's breaking...)

La scorsa settimana finalmente ho comprato dei tulipani arancioni (era una piccola promessa che avevo fatto a me stessa), ieri finalmente ho ritrovato una piantina di narciso tête-à-tête (oh sì, come ai vecchi tempi) e venerdì ho appreso dal Venerdì di Repubblica che in Italia finalmente con la riforma dei licei il liceo linguistico non sarà più solo privato.
Questione di punti di vista. Mio padre ha insegnato per gli ultimi quindici anni della sua carriera in un liceo linguistico pubblico e, statalista com'è, non gli ha fatto piacere leggere che nessuno si è accorto che la sua scuola esisteva.

Dovunque mi giri vedo cose fatte con i piedi, vedo volti tirati e disillusi, vedo grandi punti interrogativi e mani vuote. E poi melma.
Quello che ho io ho fra le mani è un fascio di tulipani ormai sfioriti che sembrano l'urlo di Munch con tutto quel nero dentro, una piantina che aspetto di veder fiorire e un uomo che mi ha dato un ultimatum, e incredibilmente tutte queste cose mi strappano un sorriso.
Questa sarebbe un'altra storia, se non fosse che non lo è.

Io sorrido per combattere contro il dolore che mi prende, contro il senso di vuoto.
Io sorrido perché sorridere mi cura le cicatrici e perché ormai delle rughe d'espressione me ne sono fatta una ragione.
Io sorrido per dissimulare, forse è vero, e impedire che si noti questo mio tremore continuo.

Io sorrido anche se mi dicono che le cicatrici non sono cicatrici, se fanno ancora male.

giovedì 11 marzo 2010

una mattina

Mentre aspetto che finisca la lavatrice mi bevo una tazza di tè e mangio una fetta biscottata col miele. Le mie fette biscottate preferite.
Dopo un paio di cene spericolate e un paio di notti a lavorare fitto fitto ho inaugurato la settimana dormendo.
Una dormita da competizione, di quelle con tutti i telefoni staccati, con l'orologio digitale sul comodino coperto da un maglione per non sapere mai che ora sia, e -cosa che non faccio mai- con le persiane e gli scuri perfettamente chiusi. Ho dormito una quantità di ore di cui adesso un pochino mi vergogno e sono sicura che erano almeno dieci mesi che non lo facevo. Forse di più.
Ho passato intere notti in bianco e ho dormito una media di due o tre ore per tutto l'anno scorso e per i primi due mesi di quest'anno.
E adesso dormire una mattinata intera mi sembra una cosa terribilmente trasgressiva, una sensazione paragonabile a quando a diciotto anni uscivo di nascosto di notte per andare a ballare e tornavo alle sei del mattino zitta zitta con i tacchi in mano sperando di non svegliare nessuno.

E non importa se, come era ovvio, durante quel sonno lunghissimo mi sono autopunita sognando, perché poi mi sono svegliata e intorno c'era silenzio e c'era la caffettiera azzurra già preparata sul fornello, e la casa faceva le facce e tutto il resto è rimasto così, in perfetta sospensione.

mercoledì 24 febbraio 2010

movimento

In un mondo perfetto al concerto dei Glorytellers ci sarebbe tanta gente entusiasta, invece sabato al concerto dei Glorytellers eravamo in dodici. Siamo diventati venti verso il finale, perché dopo il concerto mettevano i dischi per ballare e un po' di gente ballerina era arrivata in anticipo.
In un mondo perfetto la Fiorentina vince lo scudetto una volta ogni tanto, il lavoro non arriva tutto in un giorno e poi si ferma per dieci mesi, i muratori non trapanano per sbaglio sul tubo del termosifone e la bolletta del gas non supera il costo di un mese di affitto.

Ma il mio mondo è imperfetto e a me piace pensare che ho la testa abbastanza dura per starci in mezzo a fare il bastian contrario.
Così sono fra i dodici che vanno al concerto dei Glorytellers, tifo per la mia squadra come se lo scudetto lo stesse per vincere davvero (ma solo la domenica, il lunedì già non mi interessa più); faccio le nottate per finire il lavoro che mi capita fra capo e collo tutto in un giorno, perché penso che se lo faccio molto bene poi si moltiplicherà come i pani e i pesci, basta avere pazienza; mi lavo i capelli nell'acquaio in cucina in attesa che il tubo del bagno sia riparato e metto tre maglioni per poter spegnere il riscaldamento.

Sia chiaro: questo non fa di me né un ottimista né un cuor contento.
Perché brontolo e brontolo comunque.
Ma penso che in qualche modo bisogna pure andare avanti, benché brontolando.

martedì 16 febbraio 2010

sottosopra

Ho scritto tre post e li ho cancellati tutti e tre.
Mi stancano le mie chiacchiere.

Quando proprio mi obbligano a parlare di me, racconto delle cose selezionate e -spero sempre io- non troppo imbarazzanti. Come il sogno in cui mi avevano mozzato la testa e io me la ricucivo al collo con la spillatrice.
A me sembrava abbastanza splatter e mi aspettavo un commento severo e una serie di domande severe.
Invece mi hanno detto che è un segnale positivo.

Bah. Valli a capire i sogni.

martedì 2 febbraio 2010

cristallo

Eppure non è facile.

Uno pensa che una cucina bianca sia sufficiente, una cucina bianca e straordinariamente bella per essere solo una cucina.
Uno si immagina la cucina, la luce del mattino, che è tanta e morbida, il bollitore sul fornello, e prima pagina su Radio Tre.
E mentre uno si immagina questo si immagina anche di essere sereno, di essere giudizioso e mangiare frutta e verdura cinque volte al giorno, di sorridere agli sconosciuti, di credere nel futuro, di credere che ci sia un futuro per il quale valga la pena di svegliarsi alle sette del mattino per ascoltare prima pagina, ascoltare cosa succede nel mondo e chiedersi come si può fare a migliorarlo.
E io mi sforzo di amare quella cucina bianca, mi sforzo così tanto che lacrimo, e poi mi rendo conto che una parte di me la ama veramente, tanto da lacrimare, eppure sento lo stesso un'eco di vuoto, una voce che ripete sempre la stessa cosa, che ripete sempre quello stesso vuoto.

Io sarò felice col bollitore sul fornello e Radio Tre nella cucina bianca.
Eppure non è facile.